Provo ad immaginare di trasmettere gioia, entusiasmo o altre sensazioni positive con la stessa immediatezza con cui si trasmettono quelle negative ma l'impresa è davvero complicata, anche perchè, noi grandi, siamo ostili ad ostentare il nostro "ben essere" dimostrando maggior inclinazone per la condivisione di ciò che non va.
Senza annoiarci con concetti profondi di psicologia ed antropologia che non mi competono e a cui rimando (Paul Ekman, Te lo leggo in faccia, Ed. Amrita), ritengo che la stimolazione di emozioni negative sia da evitare, non per evitare che i nostri figli le conoscano bensì per permettere loro di non essere influenzati nei giudizi. Su tutte penso alla paura del giudizio altrui e di conseguenza ai pregiudizi di cui siamo inevitabilmente schiavi. Molti di noi penseranno che così facendo rischieremmo di creare una generazione di entusiasti, di ottimisti o addirittura benpensanti. Ma non è così.
Ci siamo mai chiesti da dove i nostri figli prendono spunto per rispondere alle loro domande? Siano esse banali come quella che ho sentito rivolgere ad una bambina di colore, da mia figlia: ma perché hai la pelle scura? Oppure più complesse come "ma se sbaglio cosa mi diranno?".
Due quesiti in cui si racchiudono un giudizio subito e un potenziale pregiudizio verso ciò che diverso; entrambi alimentati dall'emozione della paura.
Come spesso accade l'esempio siamo noi genitori. Nei modi in cui esprimiamo pareri ed opinioni non solo nei confronti degli altri ma anche nei loro. Solamente se ci liberiamo dagli schemi mentali o da giudizi precostituiti nel tempo saremmo in grado di lasciare che il loro pensiero si sviluppi libero, capace di confrontarsi con le regole, magari cambiandole ove necessario.
Mi hanno detto che un ottimo sistema per far crescere i nostri figli è quello di rivolgere spesso loro la domanda: e tu cosa faresti, cosa diresti, cosa pensi? Tutto vero, tutto bello.
Ma mi sono accorto che in realtà non rivolgiamo a noi adulti quella domanda, lasciando che siano altri a fornirci una risposta che per comodità o pigrizia si adatti all'umore del momento.
Così non siamo pronti ad ignorare il giudizio altrui, che ci impone dalle più grosse banalità materiali all'indossare maschere di cui siamo stanchi, nè a leggere davvero il mondo con i nostri occhi, senza farcelo spiegare da questo o quell'interesse.
Citando Manuela Rosci, "che responsabilità hanno i miei figli se non io sono in armonia con me stesso?", si comprende come il nostro equilibrio a volte è più importante per i nostri figli che per noi
Nella sezione il mangialibri di questo blog trovate il libro della settimana: guardasu e guardagiù di Roberto Pavanello. Un ottimo spunto.
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