Forse dalle nostre mancanze: non semplicemente come ciò che non abbiamo fatto o in cui non siamo riusciti, bensì come l'insieme di opportunità non ricevute. Come se ci dimenticassimo della nostra capacità in passato di essere andati in cerca delle nostre possibilità.
Pare dunque che il genitore perfetto ed in grado di evitare ogni senso di colpa sia quello che organizza la settimana cercando ambiti in cui sviluppare tutto lo sviluppabile dei propri figli. Lo sport e l'arte sono i settori dove la competizione tra genitori è più agguerrita, ma anche l'inglese non scherza.
Ma ci chiediamo per chi lo facciamo? Ci fermiamo a pensare cosa desiderano fare i nostri figli o, nei migliori dei casi, ascoltiamo ciò che ci comunicano? O siamo impegnati a soddisfare le nostre aspettative?
Credo che questa lotta con gli altri non sia altro che una battaglia contro noi stessi e l'ansia da prestazione che mina il nostro ego. Come se fossimo chiamati a faticare per poi mostrare ciascuno i propri figli come piccoli trofei. Questo diabolico meccanismo mentale ci accompagna non solo nella scelta ma anche nell'intensità di ciò che proponiamo ai nostri piccoli; perché non appare per nulla semplice trovarsi di fronte a qualche forma di talento o forte attitudine a certe discipline. Ed in quel caso cosa si fa? Si spinge per coltivare il talento o si lascia che siano gli eventi a guidare chi ha bisogno del nostro sostegno? Qualora scegliessimo la strada del "provarci a tutti i costi", lo faremmo accompagnati dal nostro ego a cui sono mancati opportunità e successi o dall'amore verso i nostri figli, la cui felicità è il bene che inseguiamo fin dal primo giorno?
Credo che, ad ogni modo, questa sia l'unica guerra che siamo chiamati a combattere e da cui non possiamo esimerci: quella contro la nostra incapacità di ascoltare i desideri dei nostri figli.
Ed il confronto tra genitori è uno strumento per non perdere mai di vista le priorità che la vita ci pone.
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