mercoledì 30 settembre 2015

UN AMORE INADEGUATO

Credo sia facile dipingere ritraendo qualcosa che agli occhi di tutti appare perfetto. Soprattutto se ci limitiamo a tratteggiarne i contorni o a duplicarne i colori. Più complicato si pone invece il tutto quando si tratta di dare la giusta luminosità, o ancor più quando si cerca di dipingere le emozioni che quel qualcosa di trasmette. Davvero arduo è poi il tentativo di trovare un senso in ciò che dipingiamo e di comprendene l'essenza. 
Essere padri  ha in sè la somma di queste difficoltà; non tanto per chi guarda o giudica l'interpretazione di quel ruolo, quanto per chi quel ruolo lo vive tutti i giorni, spesso arrancando nella fase di studio del personaggio e nelle battute da recitare. Domande come "qual'è l'amore che ho verso i miei figli?" o "quanto grande è l'amore che dono a loro?" appaiono non adatte al "sesso forte" che spesso non se le pone per paura di una risposta sincera. Avere figli, invece,  è forse l'unica vera occasione per essere nudi davanti a noi stessi e di scoprire che l'inadeguatezza di cui molti sono affetti è solo il punto di partenza. Sentirsi inadatti nei tempi e nei modi di un amore per alcuni incomprensibile e sbalorditivo per intensità, infastidisce e soprattutto spaventa al punto da spingere a rifiutarlo, chiudendo le porte al nuovo e all'impetuoso. I padri non devono  sentirsi inadatti o fuori luogo, bensì sgomitare con le madri per ottenere quel ruolo importante che anno dopo anno li fa crescere, cambiando ed innovandosi magari o fa sì che vengano compresi  nel loro modo di amare. Un amore inadeguato; per questo puro e senza filtri, ma che troppo spesso si evita di conoscere, conmprendere e stimolare.

domenica 20 settembre 2015

PAROLE DAI BANCHI (lettera di un bambino nei primi giorni di scuola)

Cari Mamma e Papà, dopo i miei primi giorni di scuola sto già imparando molte cose. Tutto appare grande e completamente fuori misura, come se veramente dovessimo crescere in fretta, e non ci fosse tempo per il "nostro" mondo di bambini. Una lavagna altissima sulla quale non scriveremo mai fino in cima e dei corridoi lunghi e vuoti dove le nostre voci si amplificano trasformandoci in piccoli fantasmi, e dove, quando siamo tutti insieme, non si capisce niente. Poi c'è una campanella fortissima a segnare inizio e fine della giornata che è davvero fastidiosa, ma ci si abitua, anche se sarebbe meglio una canzone o una suoneria più simpatica.
Ciò che però non capisco è perchè qui ci insegnano a restare da soli, a non guardare i quaderni dei nostri compagni, a non imparare osservando i pregi e i difetti di tutti. Ogni posto ci insegna a fare da soli: il "tuo" banco, la "tua" sedia. Mentre alla scuola dell'infanzia tutto era di tutti e la prima regola era "condividere".
Ma la cosa strana è che avete impiegato tante energie ad insegnarci che non è bene dire "mio" e che ogni oggetto presente in classe era di tutti, mentre ora invece tutto si inverte. Devo fare attenzione alle mie penne, ai miei quaderni, al mio zaino e alla mia merenda; devo cercare di non perderle nè di farmele rubare, come se ci fossero bambini ladri o cattivi. Sono sempre i miei compagni! Gli stessi dell'anno scorso.
L'unica cosa che non è davvero cambiata sono le dolci carezze che le nuove maestre mi fanno sulla testa, un gesto bellissimo che incontro ogni mattina e che mi fa sentire a casa. Come quando si chinano ad ascoltarci quando abbiamo qualcosa da dire, un piccolo movimento che avvicina il mondo dei grandi al nostro. Vorrei sapere da voi, mamma e papà, se diventare grandi vuol dire davvero tornare egoisti, pensare solo a noi stessi, senza guardare gli altri. Se vuol dire sospettare, dubitare e giudicare come spesso vi sento fare fuori dai cancelli. O se magari crescere vuol dire semplicemente camminare assieme ai miei compagni, ridendo, giocando ed imparando grazie ai voi e alle mie maestre, le quali hanno già iniziato a volermi bene. E questo mi basta.
Ora vi saluto, qui in classe stiamo aiutando un compagno che non ha portato l'astuccio. So che capirete se gli regalo la mia gomma.
Un abbraccio.

domenica 13 settembre 2015

LA SCATOLA "CINESE"

In un mondo senza fantasia, immaginazione e creatività, ogni cosa sarebbe al suo posto. Il bene ben distinto dal male, le strade sicure, gli onesti nei posti giusti così come i ladri in quelli che si meritano. In un mondo così, nessuno si lamenterebbe mai dei comportamenti altrui ed ognuno conoscerebbe i propri limiti facendo attenzione ai diritti degli altri, impegnandosi nel difendere i più deboli, senza mai pensare al tornaconto personale delle buone azioni. 
Così pensando, qualcuno vide bene di rinchiudere creatività fantasia ed immaginazione dentro una scatola in modo da poterla governare, indirizzare e dosare, fornendo ad ogni bambino uno scettro con i pulsanti, buoni solo a cercare il "pronto e fatto", azzerando ogni spirito di avventura e scoperta ed esaltando l'erba voglio. Fu così per un po', ma a alla mente sublime creatrice dello "state buoni a pancia piena" disse male e il mondo si capovolse. Non viviamo nell'ordine, nè nel giusto o nel coerente; n'è tantomeno nel verosimile poiché l'assenza di questi tre elementi ci rende insensibili a ciò che è strano, irreale e illogico. Se ne avessimo invece, sapremmo sempre stupirci di ciò che non funziona, intervenendo a cambiare gli eventi. Perché ciò che sorprende fa reagire e lo stupore farebbe da motore alla nostra indignazione. Chi allo scivolo non rispetta la fila non gioca, così come chi bara a nascondino, o non fa il prigioniero quando deve, o porta via il pallone di tutti. Questi tre pilastri creano un mondo dove tutto accade in modo chiaro, anche se non scritto. Un posto in cui la pelle diversa è solo l'estro di un pittore che aveva mille colori e non uno, dove con i soldi puoi comprare le stelle ma non tenerle per te, dove una tregua è una tregua vera finché non si finisce la merenda, dove si rispetta anche l'ambarabaciccicoccò e non si imbroglia la sorte.
In quel mondo fatto di fantasia, immaginazione e creatività c'è poco da rinchiudere in una scatola cinese o incatenare nel pozzo, perché le scoperte si conquistano, non si ricevono, e le risposte si trovano cercando, non aspettandole. Lasciamo che i bambini esplorino il loro mondo e non il nostro, non spegniamo questi tre elementi dando loro il tutto, finendo poi per dare loro nulla; semmai, spegniamo altro.

giovedì 3 settembre 2015

IL RUMORE DI PICCOLI PASSI

In mattine come questa, prestando attenzione, si riesce a sentire il rumore di piccoli passi indecisi e timorosi. Sono quelli dei tanti bimbi che iniziano il viaggio nella scuola dell'infanzia. Chi di loro ha frequentato il nido apparirà certamente disinvolto mentre altri si stringeranno alle gambe di mamma o papà in cerca di riparo e incoraggiamento per affrontare la loro piccola-grande rivoluzione.
Farfalle nello stomaco, mani sudate, qualche lacrima di guancia in guancia, sorrisi sforzati, abbracci e ripensamenti, sono solo alcuni dei segni che una giornata così importante traccia sui nostri piccoli. E su di noi adulti. Infatti, ascoltandoci bene, possiamo accorgerci stupiti che in mattine come questa i nostri figli sono specchi che riflettono le nostre stesse emozioni. Quanti trucchi o fascianti occhiali da sole hanno nascosto le nostre lacrime, i nostri sorrisi a denti stretti, mentre le mani sudate ed indecise hanno sospinto i nuovi avventurieri?
C'è una strana alchimia nelle mattine come queste, come una polvere di fata su capelli imbiancati che allontana i grandi dal loro mondo, permettendo di canticchiare la canzone di benvenuto o di accoccolarsi su se stessi dopo l'ingresso in classe.
Quella polvere di fata che ogni maestra fa cadere sugli occhi dei nostri figli, trasformando nella fiaba più avventurosa e affascinante un momento così importante nella loro vita: il distacco.
Ogni primo giorno di scuola è questo: un pezzo in più dell'elastico tra genitori e figli che si allunga, mentre la nostra prospettiva cambia scorgendo quei piccoli passi che si fanno via via più sicuri e curiosi.