domenica 10 gennaio 2016

IL PROBLEMA NON È DIVENTARE ADULTI È DIMENTICARE

Andando a vedere il piccolo pirincipe ti accorgi che alcune parole, e le immagini che da esse prendono vita conservano un duplice potere: quello dell'eternità e dell'universalità. 
Il primo perché nella loro semplicità hanno attraversato decine e decine di anni, rimanendo indenni al passare degli anni e svelando con maggiore vigore la loro forza nel contrastare l'involuzione quotidiana a cui andiamo incontro. 
Il secondo invece perché appaiono come facce di una stessa medaglia; da un lato la magia e l'immaginazione rivolta all'infanzia, dall'altro la "lezione" per il mondo adulto. Scopri così nella sala che le prime risate vengono sostituite da qualche sospiro dei grandi che hanno accompagnato i loro figli al cinema. Ai piccoli arriva il fascino di un'avventura senza tempo....un viaggio tra pianeti lontani e concetti profondi come "addomesticare" e "guardare con il cuore". Agli adulti invece arrivano schiaffoni a destra e a manca, come l'eterno "è il tempo che hai dedicato alla tua rosa che la rende unica" o il pugno allo stomaco del "il problema non è diventare adulti ma è dimenticare". Già, dimenticare che può non esistere un motivo per cui si guarda un tramonto o si legge un libro, o dimenticare che può essere piacevole il trascorrere del tempo senza che ciò ci faccia venire in mente di perderlo o addirittura di sprecarlo.
E allora ti vedi, all'uscita, negli occhi degli altri adulti, mentre cerchi di ricordare dov'è la tua rosa a cui ha dedicato tanto tempo o quanto ti è costato far diventare grande il piccolo principe dentro di te, senza magari riservagli un posto dove poste trovare sempre. E ti solleva sapere che lui non se ne va mai, solo se lo guardi con gli occhi del cuore, lasciando stare ciò che il mondo definisce essenziale e cercando il "tuo essenziale". 
Allora ti viene da guardare tuo figlio è chiedergli: "mi porti al cinema?"

giovedì 29 ottobre 2015

L'ESSERE AL CENTRO

Parlare di educazione dei figli, equivale a sollevare un vespaio. La ragione risiede nel fatto che come si scrissi tempo fa siamo costruiti per imitazione da  modelli precostituiti, e scrollarci di dosso certe solide basi  "su misura", contravvenendo a convinzioni tramandate nel tempo, è impresa molto difficile con la quale spesso non vogliamo scontrarci. L'ideologia del gender (o identità di genere per dirla in modo più tenero) è un argomento che mette a nudo il nostro limite di guardare in faccia la società nelle sue mille complessità ma abbiamo il dovere verso  nostri figli di impegnarci a leggerne i cambiamenti, accogliendo ciò che non conosciamo e dubitando delle nostre certezze. Nell'educazione dei bambini ogni attore ha un ruolo fondamentale siano esso il principale (la famiglia) o comprimario (scuola, sport, parrocchia) ed ha il dovere di rispettare la parte che ognuno interpreta e alla quale è chiamato dalla società in cui è inserito. Credo che decidere a priori cosa sia "creato e giusto per natura" sia un errore miope in quanto ci fa perdere di vista la centralità dell'essere umano, il quale merita rispetto, accoglienza e comprensione, così come non ritengo giusto impegnarci nel "portare sulla retta via" concetti e persone poiché ci troveremmo di nuovo a segnare il confine tra "buoni e cattivi".
Credo che la famiglia abbia il diritto e dovere di educare come meglio crede senza spaventarsi di ciò che la scuola propone. Quest'ultima infatti ha il ruolo fondamentale di mettere alla luce le molteplici diversità di cui è composta la società, fornendo gli strumenti per leggere la realtà che circonda i ragazzi. È a scuola che vedono normalmente famiglie di genitori separate per i più svariati motivi (crisi coniugali o di identità sessuale) e apprendono da vicino la crescita e lo sviluppo dei loro coetanei nel l'insieme di comportamenti per loro incomprensibili. E se ascoltiamo i nostri figli scopriremo la semplicità con cui affrontano tutti questi temi che ad essere sinceri spaventerebbero chiunque. L'evoluzione di una società sta nel comprendere e accogliere l'esistenza di ciascuno di noi e i cambiamenti  a cui ognuno va incontro: il giudizio è ancora qualcosa di talmente grande che non ci possiamo permettere, il confronto invece è l'unica occasione di crescita.


mercoledì 21 ottobre 2015

IL PRESENTE ASSENTE

Quello che quotidianamente ci tolgono nostro malgrado e che ormai anestetizzati non cerchiamo nemmeno più, credo sia la fortuna dei nostri figli: vivere il momento, assaporare il presente. Sempre di più nei social network si scorgono gruppi patologici di amarcord e mi chiedo quale sia la loro natura, il fondamento della loro esistenza. Ognuno di noi fa parte almeno di uno quelli o a volte passa del tempo a spulciare ciò che fa riaffiorare quell'amaro in bocca che ci piace tanto. Sono convinto che li si nasconda il nostro desiderio di recuperare il momento presente, proiettandoci in una dimensione che molto tempo fa ci permetteva di farlo. E sono altrettanto convinto che i nostri figli siano il migliore strumento per godere il presente. 
Probabilmente ne ho già parlato in qualche post precedente ma ho la certezza che dai nostri bimbi possiamo imparare ogni giorno a dare il valore al momento che stiamo vivendo. Pensate a quanto odiano essere interrotti nei loro giochi o sballottati a destra e sinistra tra mille impegni. Mi fa sorridere frequentare dei corsi dove ci spiegano come rallentare la vita dei nostri figli per fare assaporare loro l'ozio e il presente, non sapendo che loro lo sanno fare bene ed i malati siamo noi adulti.
Allora pensiamo a noi e seguiamo il consiglio di quella insegnante che trai compiti dell'estate aveva inserito come obbligatori "andare a guardare il mare" "camminare in un prato". Ogni giorno vedo genitori "medagliati" pensare al benessere dei propri figli dimenticando che grazie a loro possono raggiungere un pizzico del loro. Stiamo con loro almeno un'ora al giorno, e lasciamoci guidare dai loro tempi, da ciò che per noi è incomprensibile, leggiamo un libro inventandoci la storia solo guardando i disegni. Invertiamo le regole e creiamone di nuove. Avere figli è sbalorditivo: non per gli altri....per noi.


mercoledì 30 settembre 2015

UN AMORE INADEGUATO

Credo sia facile dipingere ritraendo qualcosa che agli occhi di tutti appare perfetto. Soprattutto se ci limitiamo a tratteggiarne i contorni o a duplicarne i colori. Più complicato si pone invece il tutto quando si tratta di dare la giusta luminosità, o ancor più quando si cerca di dipingere le emozioni che quel qualcosa di trasmette. Davvero arduo è poi il tentativo di trovare un senso in ciò che dipingiamo e di comprendene l'essenza. 
Essere padri  ha in sè la somma di queste difficoltà; non tanto per chi guarda o giudica l'interpretazione di quel ruolo, quanto per chi quel ruolo lo vive tutti i giorni, spesso arrancando nella fase di studio del personaggio e nelle battute da recitare. Domande come "qual'è l'amore che ho verso i miei figli?" o "quanto grande è l'amore che dono a loro?" appaiono non adatte al "sesso forte" che spesso non se le pone per paura di una risposta sincera. Avere figli, invece,  è forse l'unica vera occasione per essere nudi davanti a noi stessi e di scoprire che l'inadeguatezza di cui molti sono affetti è solo il punto di partenza. Sentirsi inadatti nei tempi e nei modi di un amore per alcuni incomprensibile e sbalorditivo per intensità, infastidisce e soprattutto spaventa al punto da spingere a rifiutarlo, chiudendo le porte al nuovo e all'impetuoso. I padri non devono  sentirsi inadatti o fuori luogo, bensì sgomitare con le madri per ottenere quel ruolo importante che anno dopo anno li fa crescere, cambiando ed innovandosi magari o fa sì che vengano compresi  nel loro modo di amare. Un amore inadeguato; per questo puro e senza filtri, ma che troppo spesso si evita di conoscere, conmprendere e stimolare.

domenica 20 settembre 2015

PAROLE DAI BANCHI (lettera di un bambino nei primi giorni di scuola)

Cari Mamma e Papà, dopo i miei primi giorni di scuola sto già imparando molte cose. Tutto appare grande e completamente fuori misura, come se veramente dovessimo crescere in fretta, e non ci fosse tempo per il "nostro" mondo di bambini. Una lavagna altissima sulla quale non scriveremo mai fino in cima e dei corridoi lunghi e vuoti dove le nostre voci si amplificano trasformandoci in piccoli fantasmi, e dove, quando siamo tutti insieme, non si capisce niente. Poi c'è una campanella fortissima a segnare inizio e fine della giornata che è davvero fastidiosa, ma ci si abitua, anche se sarebbe meglio una canzone o una suoneria più simpatica.
Ciò che però non capisco è perchè qui ci insegnano a restare da soli, a non guardare i quaderni dei nostri compagni, a non imparare osservando i pregi e i difetti di tutti. Ogni posto ci insegna a fare da soli: il "tuo" banco, la "tua" sedia. Mentre alla scuola dell'infanzia tutto era di tutti e la prima regola era "condividere".
Ma la cosa strana è che avete impiegato tante energie ad insegnarci che non è bene dire "mio" e che ogni oggetto presente in classe era di tutti, mentre ora invece tutto si inverte. Devo fare attenzione alle mie penne, ai miei quaderni, al mio zaino e alla mia merenda; devo cercare di non perderle nè di farmele rubare, come se ci fossero bambini ladri o cattivi. Sono sempre i miei compagni! Gli stessi dell'anno scorso.
L'unica cosa che non è davvero cambiata sono le dolci carezze che le nuove maestre mi fanno sulla testa, un gesto bellissimo che incontro ogni mattina e che mi fa sentire a casa. Come quando si chinano ad ascoltarci quando abbiamo qualcosa da dire, un piccolo movimento che avvicina il mondo dei grandi al nostro. Vorrei sapere da voi, mamma e papà, se diventare grandi vuol dire davvero tornare egoisti, pensare solo a noi stessi, senza guardare gli altri. Se vuol dire sospettare, dubitare e giudicare come spesso vi sento fare fuori dai cancelli. O se magari crescere vuol dire semplicemente camminare assieme ai miei compagni, ridendo, giocando ed imparando grazie ai voi e alle mie maestre, le quali hanno già iniziato a volermi bene. E questo mi basta.
Ora vi saluto, qui in classe stiamo aiutando un compagno che non ha portato l'astuccio. So che capirete se gli regalo la mia gomma.
Un abbraccio.

domenica 13 settembre 2015

LA SCATOLA "CINESE"

In un mondo senza fantasia, immaginazione e creatività, ogni cosa sarebbe al suo posto. Il bene ben distinto dal male, le strade sicure, gli onesti nei posti giusti così come i ladri in quelli che si meritano. In un mondo così, nessuno si lamenterebbe mai dei comportamenti altrui ed ognuno conoscerebbe i propri limiti facendo attenzione ai diritti degli altri, impegnandosi nel difendere i più deboli, senza mai pensare al tornaconto personale delle buone azioni. 
Così pensando, qualcuno vide bene di rinchiudere creatività fantasia ed immaginazione dentro una scatola in modo da poterla governare, indirizzare e dosare, fornendo ad ogni bambino uno scettro con i pulsanti, buoni solo a cercare il "pronto e fatto", azzerando ogni spirito di avventura e scoperta ed esaltando l'erba voglio. Fu così per un po', ma a alla mente sublime creatrice dello "state buoni a pancia piena" disse male e il mondo si capovolse. Non viviamo nell'ordine, nè nel giusto o nel coerente; n'è tantomeno nel verosimile poiché l'assenza di questi tre elementi ci rende insensibili a ciò che è strano, irreale e illogico. Se ne avessimo invece, sapremmo sempre stupirci di ciò che non funziona, intervenendo a cambiare gli eventi. Perché ciò che sorprende fa reagire e lo stupore farebbe da motore alla nostra indignazione. Chi allo scivolo non rispetta la fila non gioca, così come chi bara a nascondino, o non fa il prigioniero quando deve, o porta via il pallone di tutti. Questi tre pilastri creano un mondo dove tutto accade in modo chiaro, anche se non scritto. Un posto in cui la pelle diversa è solo l'estro di un pittore che aveva mille colori e non uno, dove con i soldi puoi comprare le stelle ma non tenerle per te, dove una tregua è una tregua vera finché non si finisce la merenda, dove si rispetta anche l'ambarabaciccicoccò e non si imbroglia la sorte.
In quel mondo fatto di fantasia, immaginazione e creatività c'è poco da rinchiudere in una scatola cinese o incatenare nel pozzo, perché le scoperte si conquistano, non si ricevono, e le risposte si trovano cercando, non aspettandole. Lasciamo che i bambini esplorino il loro mondo e non il nostro, non spegniamo questi tre elementi dando loro il tutto, finendo poi per dare loro nulla; semmai, spegniamo altro.