lunedì 27 aprile 2015

LA FINESTRA SUL CORTILE DAVANTI

Incontrando vecchi amici e compagni di scuola, entrati anche loro a piedi pari nel modo dei genitori,  mi accorgo con un po' di agrodolce in bocca che nel breve incontro di qualche minuto  regna l'amarcord. Lo ammetto, ho sempre amato ed amo ancora ricordare la goliardia di imprese studentesche, ma oggi da genitore preferisco affacciarmi alla finestra che dà sul cortile davanti e non su retro. Di non pensare a come  siamo diventati ma chiedendomi  come saremo. Quante  volte vi capita di sentire o pensare alla frase: ti ricordi come eravamo? O di partecipare virtualmente a gruppi che ripercorrono il passato? Affascinanti, ironici e malinconicamente divertenti.
Ma perché non ci guardiamo mai proiettandoci in avanti nel tempo, anche se oggi siamo diventati coscienziosamente mamme e papà? Eppure lo facevamo spesso, seduti sui gradini della scuola o sulle panchine del parco al pomeriggio, ritagliando e dipingendo pezzi di futuro da indossare a nostro piacimento. Mi chiedo: i nostri figli come ci preferiscono? Come libri racconta storie che tramandano profumi e sapori a volte fuori tempo o come astronavi ben governate in grado di portarli a spasso nell'universo? Io preferisco la seconda. Oggi come mai nella nostra vita riversiamo tutto il nostro futuro su questi splendidi marmocchi e ci veliamo a volte il volto di malinconia, cercando tempi e modi che non ci appartengono e non cogliendo invece il fascino che siamo in grado di avere ricoprendo un ruolo così importante e denso di significato. 
Chi ha fatto carriera con incoscienza, seguendo l'istinto dell'avventuroso, chi invece si è guardato il mondo prima di creare una nuova vita; chi non si sentiva pronto abbastanza e chi anche oggi ascoltandosi bene non si sente pronto affatto. Chi sa da sempre come si fa il genitore e già giovane dispensa buoni consigli; chi non ne azzecca una e chi non ascolta nessuno. Chi non ne vuole sapere e continua ingenuamente a fare l'eterno adolescente, oppure chi stravolge la sua vita a tal punto di non riconoscersi più nemmeno allo specchio.. 
Credo che tutto questo non voglia dire invecchiare o aver esaurito il proprio tempo, o al contrario sperare che questo non passi, bensì averne di nuovo, forse così tanto da poter riempire pagine e pagine in modi assolutamente nuovi. Come se ci avessero regalato un album da colorare e ciascuno scegliesse i colori che preferisce. Dal pastello alla vernice.
Qualunque sia il nostro modo di essere genitore, avere preso coscienza o meno che saremo per sempre in questa affascinante condizione, dove l'apprensione si mescola all'orgoglio e l'amore ad un sano "come ti ho fatto ti disfo", una cosa è certa. Sicuramente siamo quello saremo, non quello che siamo stati; senza finestre sul cortile dietro ma solo sguardi in avanti.  Perché i nostri piccoli ci chiedono di seguirli in avanti, permettendo loro di scattarsi fotografie buone per gli amarcord di domani. Per i nostri c'è tempo. Quando davvero non avremo nulla da dire. Credo tardi....molto tardi. Forse mai. 

...Nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani
si muoverà e potrà volare
nuoterà su una stella
come sei bella
e se è una femmina si chiamerà futura.

Futura, Lucio Dalla

mercoledì 22 aprile 2015

MASCHI E CUCINA, FEMMINE E LOTTA

Una delle esperienze più entusiasmanti e impegnative è quella di trovarsi di fronte gli "eventi storici" con i  nostri figli o cercare di fare chiarezza sui comportamenti degli adulti che, notoriamente, si riempiono la bocca di buoni propositi per poi non rispettarli mai. La domanda è: siamo in grado di raccontare loro la storia senza falsi moralismi o retropensieri?
Il dubbio sembra comico (direte voi) davanti a bambini piccoli che hanno "bisogno di verità impacchettate e pronte"; diventa profondo invece quando si pensa all'educazione come libertà da ogni pregiudizio ed opinione precostituita. Conoscere ciò che accade attorno a noi fa parte dell'educazione cui siamo chiamati.
L'anniversario della Liberazione il 25 aprile, aldilà del fatto storico in sè attorno al quale c'è poco da speculare o da rivedere letture e/o ulteriori interpretazioni, è un'occasione per guardarci dentro ed osservare, con un pizzico di autoironia, come spieghiamo la realtà ai nostri figli.
Se qualcuno guardasse dall'alto ci vedrebbe impegnati per prima cosa nel dividere il mondo in due grandi categorie, come si faceva a scuola durante il gioco del silenzio, buoni da una parte e cattivi dall'altra. Ma è davvero questo che vogliamo insegnare ai nostri figli? Dare già un giudizio a prima vista nei confronti di tutti, seguendo schemi che potrebbero cambiare nel tempo? Quanto a fondo va il concetto di buono o di cattivo?
Forse dovremmo dire che il mondo si divide tra chi è libero e chi non lo è, perchè qualcuno su di lui tiranneggia o perchè è egli stesso schiavo di sè e delle sue idee.
Pretendere che crescano catalogando il mondo attorno a loro secondo ciò che ci appare buono o cattivo è la prima forma di schiavitù. Insegnare che la vera forma di libertà personale passa per la libertà altrui è un gesto lungimirante. In un'epoca passata si diceva che libertà è partecipazione, obbligando per certi versi a schierarsi, a "stare o di qua o di là". In un momento come oggi, per i nostri figli e il loro futuro "libertà è accoglienza". Come accettazione reciproca di ciascuno di noi, del pensiero che ognuno esprime e della cultura cui appartiene.
Non serve pensare a grandi concetti quali integrazione razziale, credo religioso, o provenienza: ai bimbi basterebbe esaltare la diversità. Celebrando la "liberazione da tutti i pregiudizi e i limiti", pensando alle semplici caratteristiche che ci contraddistinguono e non corrispondono ai "modelli imposti".
Ai taciturni, dunque, agli introversi, ai solitari, ai pigri,  ai non tecnologici, a chi non guarda la tv, a chi esce dagli schemi. Ai maschi che giocano con le cucine e alle femmine che fanno la lotta.
Tra le altre cose, spieghiamo loro che il 25 aprile festeggiamo la liberazione da noi stessi: gli unici grandi nostri nemici.

C'è un libro che parla di razzismo, un concetto che va oltre il colore della pelle:

"La persona razzista non prova il bisogno di giustificare le sue opinioni e i suoi giudizi. Ha delle certezze, si costruisce delle evidenze indiscutibili, delle verità non contestabili.”                                 

Tahar ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Ed. Bompiani  


giovedì 16 aprile 2015

FANTASIA: STRUMENTO DAI MILLE SUONI

Che ci crediamo o meno, la fantasia non è solo un'invenzione degli adulti per far credere ai bambini che tutto sia possibile. Così come non è solo un gioco in cui dar prova di abilità nell'inventare immagini e personaggi impossibili.
Dicono che sia uno strumento, come molti per tante professioni; che venga usata per svolgere un lavoro complicato ma entusiasmante: fare il bambino.

martedì 14 aprile 2015

L'EROE IMPERFETTO

In un libro addetto ai lavori ho letto un'osservazione nota ma non scontata: avete mai notato che gli eroi dei fumetti, i c.d. supereroi, non hanno figli? E che gli eroi meno impegnati in acrobazie fantascientifiche come Paperino e Topolino hanno al massimo dei nipoti?
Dilan Dog, Superman, Spiderman, Robin Hood, Catwoman sono single incalliti.
Il pensiero che balza agli occhi è che avere figli probabilmente non sia da eroe o ancor peggio che essi limitino la nostra esistenza, qualunque essa sia. Ma è davvero così?
Ci si potrebbe dare una risposta molto più semplice, sostenendo che tendenzialmente colui che va a caccia di fantasmi, si butta giù dai palazzi o ruba ai ricchi per dare ai poveri, non appare un modello da seguire. Difficile dare il bacio della buona notte e poi svaligiare una banca.
Altra risposta (per qualcuno logica ed immediata) è che essere genitore sia noioso oppure poco entusiasmante. Costruite un aquilone, fatelo volare e vi ricrederete sul concetto di noia.
Se allora chi ha figli ispira poche favole, eccezione fatta per gli incredibili, la definizione adeguata quindi per un genitore qual'è: eroe o modello?
Dov'è la fine dell'uno e l'inizio dell'altro? Quando colui che ci descrivono come un eroe diventa un modello da seguire? e in tutto questo noi genitori che vestito indossiamo?
Probabilmente nessuno si sente un eroe, pochi si sentono un modello da seguire, qualcuno ritiene di poter dare dei buoni consigli. Ma come scriveva De Andrè, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio, come a dire che in fin dei conti l'eroe imperfetto è ciò che più preferiamo. Basti pensare a Paperino rispetto a Topolino.
Così penso alle mie figlie che nei momenti in cui si aprono ai dubbi non mi hanno mai chiesto di fare per loro qualcosa di eroico, di strabiliante o di impossibile. Si accontentano forse? O la nostra certezza di poter sbagliare ci rende ai loro occhi più reali e quindi imitabili?
Mi sono accorto poi che quando estraiamo dal cappello qualcosa di insolito, come il richiamo alla magia o frasi strampalate, i nostri figli ci richiamano come degli adulti a tornare con i piedi per terra. Allora mi chiedo cosa cerchino in quel modello che desiderano imitare tanto nei loro gesti quotidiani: lo sbadiglio, il mangiare, il camminare. E se quella imitazione sia legata anche alle emozioni o ai sentimenti. Mireranno ad avere gioia come noi, ed arrabbiarsi come noi? Imiteranno il modo in cui li accarezziamo o in cui ci confessiamo incosciamente svelando a loro il nostro modo di amare?
Credo all'idea del genitore "eroe imperfetto", che trasmette ai propri figli il fatto di non avvertire alcun limite assieme a loro. Di amare il tempo da dedicarsi reciprocamente, non in quantità ma in qualità. 
Che trasmetta a loro il piacere di avere qualcuno di cui prendersi cura, adulto o bambino che sia. Che sappia evidenziare i propri errori, andando oltre i giudizi su quelli degli altri. Mi piace pensare ad ogni genitore come l'eroe da cui apprendere anche comportamenti negativi, cosìcchè ogni figlio comprenda come i difetti di ognuno siano semplicemente la sfumatura in grigio dei pregi di qualcun altro.

Le contraddizioni in fondo danno vita alle discussioni, non ai giudizi.










martedì 7 aprile 2015

L'INSOSTENIBILE CERTEZZA DEL DUBBIO

Capita a volte  che qualche bicchiere di vino buono ci  stimoli ad inerpicarci, pur da non teorici, in argomenti sui nostri figli. Non accade sempre, ma quando  succede soprattutto durante le chiacchierate "fiume" a tavola con amici, se ne percepisce facilmente l'alchimia e la complicità pur nel disaccordo generale. Infatti la prima vera protagonista della discussione è la verità assoluta che ciascuno di noi nasconde in tasca, pronto ad utilizzarla al momento opportuno, quando agli inizi i punti di vista si trovano ai lati opposti del mondo.
Gli argomenti non hanno un ordine prestabilito, si va a braccio: dal modo in cui i nostri piccoli affrontano il gioco, alle scelte che siamo a pronti o meno a fare per loro, contro tutti e tutto. 
Durante momenti di questo tipo la prima grande presa di coscienza  è quella che per quanto ci sforziamo in senso contrario i nostri figli sostituiscono le affascinanti discussioni sul nulla che fino a poco tempo fa amavamo affrontare per notti intere, un po' sullo stile di quella "canzone disonesta"di Stefano Rosso. Ciò non vuol dire dismettere i panni dell'eterno Peter Pan, ma la presenza di un'altro nostro simile, il genitore, ci spinge ad essere più profondi e riflessivi. Se poi è un amico l'apertura al dubbio è totale. 
Il filo conduttore di queste parole, buttate li tra menù improvvisati e autentici,  è sicuramente l'insostenibile certezza del dubbio stesso. Si siede a tavola assieme ai nostri sicuri "si fa così" o mescolandosi alle ricette perfette sull'educazione   che i nostri genitori candidamente ci tengono a tramandarci. Mentre meno te lo aspetti, si insinua tra le convinzioni di ciascuno,  i quesiti retorici, e gli esempi che fanno scuola, ma come un siero anitetà lentamente distende le espressioni del viso, rendendo tutto più relativo, meno rigido, abbattendo schemi mentali e pregiudizi. Con sagacia e malizia  del giocatore navigato diventa un compagno di ogni ragionamento, balzando ai nostri occhi come insostenibile, perché in pochi lo sopportano, desiderando invece vederlo sparire. Lui invece di soppiatto si divora le certezze in un boccone, finendo per sedersi come un ingombrante centrotavola natalizio. Il suo fascino sta proprio lì: offrirci innumerevoli risposte alle domande che ci poniamo. Dormire o no nel lettone? Quale scuola per i nostri figli, quali amicizie, quanto sport, musica o lingue? 
Dovremmo batterci, allora, perché in casa nostra ci sia sempre il dubbio, anche se così insostenibile e certo. Sará in  grado di smussare i nostri angoli, permettendoci di osservare il tutto da un'altra angolazione e forse ci farà crescere più liberi. Liberi di saper ascoltare le idee dei nostri figli, senza interrogarli come quei vecchi professori che si aspettano una risposta precisa ed interrompono lo studente con impertinenti no. 

C'è un'enorme differenza tra stare a sentire ed ascoltare. Fare propri i dubbi degli altri ci rende ogni giorno meno vecchi.

venerdì 3 aprile 2015

LA FOLLE REALTÀ DELLE FAVOLE

Il legame che abbiamo con le favole è profondo e probabilmente anche eterno. La magia dell'illusione che pervade i nostri sensi ci accompagna da sempre e, come diceva Oscar Wilde, l'illusione è il primo di tutti i piaceri
Se quindi questa compagna di viaggio è tanto innocente quanto fondamentale mi chiedo perché quotidianamente ce ne priviamo, uccidendola lentamente sotto i colpi di un realismo che meriterebbe più interruzioni di un programma sulle reti Mediaset. 
Ma soprattutto mi chiedo perché priviamo i nostri figli dell'arte del fantasticare e nelle ipotesi peggiori non la insegniamo neppure, catapultandoli in anticipo nell'essere adulti per forza. 
C'è un momento magico per quest'arte. La favola della buona notte.
Mi accorgo quanto quello spazio di pochi minuti sia per le mie figlie di vitale importanza.
Attraverso la voce rassicurante di mamma e papà, in nostri figli giocano con le immagini, inventano trame e finali sorprendenti e, nel loro animo, distinguono il bene dal male.
Nessuno può sostituire la nostra capacità di raccontare, nè la tv, nè il vecchio "racconta storie" con il campanello che segnava di voltare pagina; perchè anche se non siamo dei grandi lettori, la nostra presenza è come quella di un capotreno che controlla il loro viaggio verso le braccia di Morfeo. Mi piace pensare che non abbia alcuna importanza la fiaba raccontata, se vi sia come protagonista un eroe principesco o un personaggio inventato; amo fantasticare nello sguardo di chi ascolta e a sua volta crea un mondo immaginario, mentre gli occhi involontariamente si chiudono.
In quel momento ci rendiamo conto quanto siano ancora fragili ed incuranti del mondo, privi di alcuna paura, abbandonati ai loro "facciamo che" o alle trasformazioni più impensabili. Lo possiamo vedere nella penombra del loro sonno; sbirciando tra il cuscino e il lenzuolo, dove fa capolino quella smorfia di soddisfazione mista a serenità per l'avventura appena conclusa.
Prima che si addormentino dunque abbiamo un'occasione, anzi due.
Quella di tramandare la conoscenza di un talento innato: il saper inventare. Perchè i nostri figli ce l'hanno fin dalla nascita, ma trattandoli da adulti se ne dimenticano in fretta e trascinano nel nulla tutto ciò che ci permette di vedere la realtà con occhi diversi. 
La seconda è conservare quel talento innato trasformandolo e a volte apprendendolo nuovamente. Un'opportunità di recuperare noi stessi in quei magnifici istanti, dove tutto è concesso. Basta voltare pagina ed immaginare una nuova realtà. Non importa che sia entusiasmante, faccia paura o provochi un pizzico di dolore: in un attimo tutto passa e si trasforma in sorriso, quando i loro occhi incrociano i nostri tra le "pagine e chiare e la pagine scure"