giovedì 29 ottobre 2015

L'ESSERE AL CENTRO

Parlare di educazione dei figli, equivale a sollevare un vespaio. La ragione risiede nel fatto che come si scrissi tempo fa siamo costruiti per imitazione da  modelli precostituiti, e scrollarci di dosso certe solide basi  "su misura", contravvenendo a convinzioni tramandate nel tempo, è impresa molto difficile con la quale spesso non vogliamo scontrarci. L'ideologia del gender (o identità di genere per dirla in modo più tenero) è un argomento che mette a nudo il nostro limite di guardare in faccia la società nelle sue mille complessità ma abbiamo il dovere verso  nostri figli di impegnarci a leggerne i cambiamenti, accogliendo ciò che non conosciamo e dubitando delle nostre certezze. Nell'educazione dei bambini ogni attore ha un ruolo fondamentale siano esso il principale (la famiglia) o comprimario (scuola, sport, parrocchia) ed ha il dovere di rispettare la parte che ognuno interpreta e alla quale è chiamato dalla società in cui è inserito. Credo che decidere a priori cosa sia "creato e giusto per natura" sia un errore miope in quanto ci fa perdere di vista la centralità dell'essere umano, il quale merita rispetto, accoglienza e comprensione, così come non ritengo giusto impegnarci nel "portare sulla retta via" concetti e persone poiché ci troveremmo di nuovo a segnare il confine tra "buoni e cattivi".
Credo che la famiglia abbia il diritto e dovere di educare come meglio crede senza spaventarsi di ciò che la scuola propone. Quest'ultima infatti ha il ruolo fondamentale di mettere alla luce le molteplici diversità di cui è composta la società, fornendo gli strumenti per leggere la realtà che circonda i ragazzi. È a scuola che vedono normalmente famiglie di genitori separate per i più svariati motivi (crisi coniugali o di identità sessuale) e apprendono da vicino la crescita e lo sviluppo dei loro coetanei nel l'insieme di comportamenti per loro incomprensibili. E se ascoltiamo i nostri figli scopriremo la semplicità con cui affrontano tutti questi temi che ad essere sinceri spaventerebbero chiunque. L'evoluzione di una società sta nel comprendere e accogliere l'esistenza di ciascuno di noi e i cambiamenti  a cui ognuno va incontro: il giudizio è ancora qualcosa di talmente grande che non ci possiamo permettere, il confronto invece è l'unica occasione di crescita.


mercoledì 21 ottobre 2015

IL PRESENTE ASSENTE

Quello che quotidianamente ci tolgono nostro malgrado e che ormai anestetizzati non cerchiamo nemmeno più, credo sia la fortuna dei nostri figli: vivere il momento, assaporare il presente. Sempre di più nei social network si scorgono gruppi patologici di amarcord e mi chiedo quale sia la loro natura, il fondamento della loro esistenza. Ognuno di noi fa parte almeno di uno quelli o a volte passa del tempo a spulciare ciò che fa riaffiorare quell'amaro in bocca che ci piace tanto. Sono convinto che li si nasconda il nostro desiderio di recuperare il momento presente, proiettandoci in una dimensione che molto tempo fa ci permetteva di farlo. E sono altrettanto convinto che i nostri figli siano il migliore strumento per godere il presente. 
Probabilmente ne ho già parlato in qualche post precedente ma ho la certezza che dai nostri bimbi possiamo imparare ogni giorno a dare il valore al momento che stiamo vivendo. Pensate a quanto odiano essere interrotti nei loro giochi o sballottati a destra e sinistra tra mille impegni. Mi fa sorridere frequentare dei corsi dove ci spiegano come rallentare la vita dei nostri figli per fare assaporare loro l'ozio e il presente, non sapendo che loro lo sanno fare bene ed i malati siamo noi adulti.
Allora pensiamo a noi e seguiamo il consiglio di quella insegnante che trai compiti dell'estate aveva inserito come obbligatori "andare a guardare il mare" "camminare in un prato". Ogni giorno vedo genitori "medagliati" pensare al benessere dei propri figli dimenticando che grazie a loro possono raggiungere un pizzico del loro. Stiamo con loro almeno un'ora al giorno, e lasciamoci guidare dai loro tempi, da ciò che per noi è incomprensibile, leggiamo un libro inventandoci la storia solo guardando i disegni. Invertiamo le regole e creiamone di nuove. Avere figli è sbalorditivo: non per gli altri....per noi.


mercoledì 30 settembre 2015

UN AMORE INADEGUATO

Credo sia facile dipingere ritraendo qualcosa che agli occhi di tutti appare perfetto. Soprattutto se ci limitiamo a tratteggiarne i contorni o a duplicarne i colori. Più complicato si pone invece il tutto quando si tratta di dare la giusta luminosità, o ancor più quando si cerca di dipingere le emozioni che quel qualcosa di trasmette. Davvero arduo è poi il tentativo di trovare un senso in ciò che dipingiamo e di comprendene l'essenza. 
Essere padri  ha in sè la somma di queste difficoltà; non tanto per chi guarda o giudica l'interpretazione di quel ruolo, quanto per chi quel ruolo lo vive tutti i giorni, spesso arrancando nella fase di studio del personaggio e nelle battute da recitare. Domande come "qual'è l'amore che ho verso i miei figli?" o "quanto grande è l'amore che dono a loro?" appaiono non adatte al "sesso forte" che spesso non se le pone per paura di una risposta sincera. Avere figli, invece,  è forse l'unica vera occasione per essere nudi davanti a noi stessi e di scoprire che l'inadeguatezza di cui molti sono affetti è solo il punto di partenza. Sentirsi inadatti nei tempi e nei modi di un amore per alcuni incomprensibile e sbalorditivo per intensità, infastidisce e soprattutto spaventa al punto da spingere a rifiutarlo, chiudendo le porte al nuovo e all'impetuoso. I padri non devono  sentirsi inadatti o fuori luogo, bensì sgomitare con le madri per ottenere quel ruolo importante che anno dopo anno li fa crescere, cambiando ed innovandosi magari o fa sì che vengano compresi  nel loro modo di amare. Un amore inadeguato; per questo puro e senza filtri, ma che troppo spesso si evita di conoscere, conmprendere e stimolare.

domenica 20 settembre 2015

PAROLE DAI BANCHI (lettera di un bambino nei primi giorni di scuola)

Cari Mamma e Papà, dopo i miei primi giorni di scuola sto già imparando molte cose. Tutto appare grande e completamente fuori misura, come se veramente dovessimo crescere in fretta, e non ci fosse tempo per il "nostro" mondo di bambini. Una lavagna altissima sulla quale non scriveremo mai fino in cima e dei corridoi lunghi e vuoti dove le nostre voci si amplificano trasformandoci in piccoli fantasmi, e dove, quando siamo tutti insieme, non si capisce niente. Poi c'è una campanella fortissima a segnare inizio e fine della giornata che è davvero fastidiosa, ma ci si abitua, anche se sarebbe meglio una canzone o una suoneria più simpatica.
Ciò che però non capisco è perchè qui ci insegnano a restare da soli, a non guardare i quaderni dei nostri compagni, a non imparare osservando i pregi e i difetti di tutti. Ogni posto ci insegna a fare da soli: il "tuo" banco, la "tua" sedia. Mentre alla scuola dell'infanzia tutto era di tutti e la prima regola era "condividere".
Ma la cosa strana è che avete impiegato tante energie ad insegnarci che non è bene dire "mio" e che ogni oggetto presente in classe era di tutti, mentre ora invece tutto si inverte. Devo fare attenzione alle mie penne, ai miei quaderni, al mio zaino e alla mia merenda; devo cercare di non perderle nè di farmele rubare, come se ci fossero bambini ladri o cattivi. Sono sempre i miei compagni! Gli stessi dell'anno scorso.
L'unica cosa che non è davvero cambiata sono le dolci carezze che le nuove maestre mi fanno sulla testa, un gesto bellissimo che incontro ogni mattina e che mi fa sentire a casa. Come quando si chinano ad ascoltarci quando abbiamo qualcosa da dire, un piccolo movimento che avvicina il mondo dei grandi al nostro. Vorrei sapere da voi, mamma e papà, se diventare grandi vuol dire davvero tornare egoisti, pensare solo a noi stessi, senza guardare gli altri. Se vuol dire sospettare, dubitare e giudicare come spesso vi sento fare fuori dai cancelli. O se magari crescere vuol dire semplicemente camminare assieme ai miei compagni, ridendo, giocando ed imparando grazie ai voi e alle mie maestre, le quali hanno già iniziato a volermi bene. E questo mi basta.
Ora vi saluto, qui in classe stiamo aiutando un compagno che non ha portato l'astuccio. So che capirete se gli regalo la mia gomma.
Un abbraccio.

domenica 13 settembre 2015

LA SCATOLA "CINESE"

In un mondo senza fantasia, immaginazione e creatività, ogni cosa sarebbe al suo posto. Il bene ben distinto dal male, le strade sicure, gli onesti nei posti giusti così come i ladri in quelli che si meritano. In un mondo così, nessuno si lamenterebbe mai dei comportamenti altrui ed ognuno conoscerebbe i propri limiti facendo attenzione ai diritti degli altri, impegnandosi nel difendere i più deboli, senza mai pensare al tornaconto personale delle buone azioni. 
Così pensando, qualcuno vide bene di rinchiudere creatività fantasia ed immaginazione dentro una scatola in modo da poterla governare, indirizzare e dosare, fornendo ad ogni bambino uno scettro con i pulsanti, buoni solo a cercare il "pronto e fatto", azzerando ogni spirito di avventura e scoperta ed esaltando l'erba voglio. Fu così per un po', ma a alla mente sublime creatrice dello "state buoni a pancia piena" disse male e il mondo si capovolse. Non viviamo nell'ordine, nè nel giusto o nel coerente; n'è tantomeno nel verosimile poiché l'assenza di questi tre elementi ci rende insensibili a ciò che è strano, irreale e illogico. Se ne avessimo invece, sapremmo sempre stupirci di ciò che non funziona, intervenendo a cambiare gli eventi. Perché ciò che sorprende fa reagire e lo stupore farebbe da motore alla nostra indignazione. Chi allo scivolo non rispetta la fila non gioca, così come chi bara a nascondino, o non fa il prigioniero quando deve, o porta via il pallone di tutti. Questi tre pilastri creano un mondo dove tutto accade in modo chiaro, anche se non scritto. Un posto in cui la pelle diversa è solo l'estro di un pittore che aveva mille colori e non uno, dove con i soldi puoi comprare le stelle ma non tenerle per te, dove una tregua è una tregua vera finché non si finisce la merenda, dove si rispetta anche l'ambarabaciccicoccò e non si imbroglia la sorte.
In quel mondo fatto di fantasia, immaginazione e creatività c'è poco da rinchiudere in una scatola cinese o incatenare nel pozzo, perché le scoperte si conquistano, non si ricevono, e le risposte si trovano cercando, non aspettandole. Lasciamo che i bambini esplorino il loro mondo e non il nostro, non spegniamo questi tre elementi dando loro il tutto, finendo poi per dare loro nulla; semmai, spegniamo altro.

giovedì 3 settembre 2015

IL RUMORE DI PICCOLI PASSI

In mattine come questa, prestando attenzione, si riesce a sentire il rumore di piccoli passi indecisi e timorosi. Sono quelli dei tanti bimbi che iniziano il viaggio nella scuola dell'infanzia. Chi di loro ha frequentato il nido apparirà certamente disinvolto mentre altri si stringeranno alle gambe di mamma o papà in cerca di riparo e incoraggiamento per affrontare la loro piccola-grande rivoluzione.
Farfalle nello stomaco, mani sudate, qualche lacrima di guancia in guancia, sorrisi sforzati, abbracci e ripensamenti, sono solo alcuni dei segni che una giornata così importante traccia sui nostri piccoli. E su di noi adulti. Infatti, ascoltandoci bene, possiamo accorgerci stupiti che in mattine come questa i nostri figli sono specchi che riflettono le nostre stesse emozioni. Quanti trucchi o fascianti occhiali da sole hanno nascosto le nostre lacrime, i nostri sorrisi a denti stretti, mentre le mani sudate ed indecise hanno sospinto i nuovi avventurieri?
C'è una strana alchimia nelle mattine come queste, come una polvere di fata su capelli imbiancati che allontana i grandi dal loro mondo, permettendo di canticchiare la canzone di benvenuto o di accoccolarsi su se stessi dopo l'ingresso in classe.
Quella polvere di fata che ogni maestra fa cadere sugli occhi dei nostri figli, trasformando nella fiaba più avventurosa e affascinante un momento così importante nella loro vita: il distacco.
Ogni primo giorno di scuola è questo: un pezzo in più dell'elastico tra genitori e figli che si allunga, mentre la nostra prospettiva cambia scorgendo quei piccoli passi che si fanno via via più sicuri e curiosi.
 

venerdì 21 agosto 2015

SPAZIO CREATIVO CERCASI

Quante volte davanti ad un progetto ci chiediamo, insistentemente, "come lo realizzo"? E quanto spesso ci accorgiamo di dedicare energie e risorse smisurate alla creazione di caratteristiche o requisiti di forma utili a costruire il contenitore e non il contenuto?
La soluzione, quasi sempre, si trova nell'attesa, nel rifiuto della smania di arrivare e nel porsi la domanda giusta.
Non "come lo faccio" ma "perchè lo faccio".
Questo differenza di approccio è in grado di segnare lo spartiacque tra la buona e la cattiva riuscita di un progetto e l'estate, nella sua calma apparente, può essere d'aiuto. Così ogni pausa va dedicata al riposo dalle fatiche ma anche all'analisi e alla comprensione delle idee vecchie e nuove; in un'entusiasmante attività di rielaborazione.
Vi state chiedendo cosa bolle in pentola, osservando il titolo di questo post, lo so; e fate bene.
Molti di voi conoscono la rappresentazione che da tre anni il GGV (gruppo genitori volontari) allestisce per i bambini della scuola dell'infanzia, le emozioni che dona il mettersi in gioco davanti a loro, la grande energia e l'entusiasmo che hanno permesso di farli e farci divertire.  C'è chi ha scommesso sulla propria credibilità indossando una parrucca o delle orecchie da topo, chi si è vestito da rana, da riccio, da mago o da supereroe. Chi ha fatto la nuvola, o la goccia d'acqua o, ancora di più, un elemento naturale.
Mi sono allora chiesto "perchè facciamo tutto ciò". Non è certo solamente la raccolta fondi. Lo facciamo per i nostri figli e quelli di tutti (come se fossero i nostri). Ma soprattutto perchè un modo per ritrovare noi stessi nella spensieratezza dei gesti che durante le prove ci siamo inventati; dando spazio alla nostra creatività senza limiti.
Allora mi chiedo, lanciando lì una piccola provocazione: se lo proponessimo anche ai bambini? se ci fosse la possibilità di creare un laboratorio teatrale dei bambini, da svolgere durante l'anno, in un posto dove dare spazio alla creatività e alle emozioni che il teatro è in grado di suscitare in chi lo fa e in chi lo guarda?
Ecco il perchè del titolo "spazio ricreativo cercasi". Iniziamo da qui. da un posto magico in cui far interagire in nostri bimbi in modo libero ed educativo. Iniziamo a pensare non al "come" ma al "perchè" potremmo inventare un posto simile e le risposte verranno fuori da sole. La prima: per gioco, sicuramente. Perchè attraverso questo bambini e adulti si esprimono e si relazionano, abbandonando il concetto passivo di divertimento che gli viene fornito da  televisione e cellulari. La seconda: per crescere, altrettanto. Perchè attraverso il teatro si cresce, venendo in contatto con le proprie emozioni, i sentimenti, la fantasia e i movimenti del proprio corpo. La terza: per conoscerci e accoglierci con le differenze che ci contraddistinguono e ci tengono insieme allo stesso tempo.
La mia idea, quindi, è quella di creare un vero laboratorio teatrale per bambini a Salzano dove poter sviluppare l'arte del gioco, della finzione e della messa in scena. E magari che il teatro sia un pretesto per aprire questo luogo anche ad altre attività come letture animate, giochi, laboratori o altro. Un posto insomma dove i bimbi possano trovarsi, esprimersi ed inventare. Ma soprattutto un posto dove riappropriarci del luogo in cui viviamo, rendendolo divertente, condiviso e partecipato.
Forse è chiedere troppo?
Ci vuole uno spazio.
Già.
Spazio creativo cercasi..........io lo sto già cercando.
GGV!!!! Al lavoro......!!!!!!

sabato 1 agosto 2015

LA MATERIA DELL'AMORE

Mentre, come al solito dopo la doccia, lui le asciugava i suoi lunghi capelli, lo guardò negli occhi con il suo sguardo indagatore e se ne usci con una delle sue domande esistenziali. Alzò la testa, costringendolo a spegnere l'asciugacapelli e disse sottovoce, con tono fermo e deciso di chi vuole una risposta precisa e soddisfacente: "papà, tu vuoi bene prima alla mamma, poi a me e poi a mia sorella, vero?" In quel  "vero" di chiusura c'era tutta la speranza di sapere come funzionano queste cose sull'amore e altri affetti ma la risposta del suo papà la stupì. "No, tesoro, il bene che si vuole alle persone non può andare in una classifica, nè essere misurato e confrontato. Ogni amore è unico e prende le forme che vuole"
Allora, come se avesse colto l'importanza del dialogo, candida confessò di non aver capito molto e così il papá le fece un esempio. Le disse che l'amore è più o meno come quando lei colora il cielo nei suoi disegni: si può scegliere l'azzurro chiaro o il blu intenso, ma sempre cielo rimane, e che appare a noi con tinte diverse a seconda del momento. 
Per un attimo tutto le apparve  chiaro, completo, ma qualcosa non la convinse. Come se il paragone del cielo le facesse sfuggire il lato pratico e sostanziale dell'amore che si prova tutti i giorni. Dunque prese fiato e puntando dritta al bersaglio bisbiglió: "ma di che materiale sono questi amori, cioè di cosa sono fatti quelli che provi per la mamma e per noi?" Li per li non avrebbe voluto rispondere ad un interrogativo così campato in aria. Se l'amore non si poteva classificare figuriamoci descriverlo nella sua materia. Follia. Poi accettò la sfida. Questa vota prese lui fiato e, sospirando un pochino, disse: "Vedì tesoro, il mio amore verso la mamma è fatto di pietra, di roccia, non perché sia duro, bensì perché è costruito nel tempo, giorno dopo giorno. Come tutte le pietre si può, scheggiare rompere o addirittura sbriciolare ma il suo essere pietra anche piccolissima ti dice che non può sparire del tutto, neppure se il tempo lo trasforma in un granello di sabbia.
L'amore mio per te che stai crescendo è fatto di elastico,  si tende e si molla ogni giorno; sarà lungo verso l'infinito quando ti allontanerai nel crescere o dopo le litigate tra noi, senza però rompersi mai, per poi accorciarsi e tornare come adesso, un elastico che ci tiene stretti stretti. Così questo elastico è il segno del legame tra me e te che ci sarà per sempre. Quello per tua sorella invece è fatto di cotone perché lei è ancora piccola e il suo essere soffice la aiuta a crescere protetta da tutto finché non sarà grande. L'amore di cotone non resta per sempre ed ha bisogno di essere trasformato in altre cose, come appunto il cotone stesso.
Per un attimo ci fu silenzio e come se non fosse successo nulla, con un sorriso a denti interrotti lei sbottò nel più spensierato dei: "Dai, papà, finisci di asciugarmi il capelli!!!!!" 

mercoledì 22 luglio 2015

UN AMICO, UN DUBBIO E UNA MASCHERA

Sono le chiacchierate con gli amici a far nascere la maggior parte dei dubbi e degli interrogativi che mi piace porre in questo blog. E poichè sia i primi che i secondi fanno bene alla crescita di ognuno....bentornati ad entrambi. E bentornati a voi che leggete ovunque vi troviate.
Giorni fa un amico mi ha posto un enorme interrogativo e, grazie a lui, senza chiedermi una risposta precisa ma per il piacere di mettermi in difficoltà. Il suo dubbio consisteva in questo:
Noi insegniamo ai nostri figli con l'esempio e se l'esempio che diamo loro fosse sbagliato? se fosse negativo? se gli facessimo più male che bene? Se con il nostro esempio, con le nostre frasi, con il nostro modo di essere e di vivere la vita trasmettessimo solo cose negative, come l'ansia, la paura o la mancanza di autostima?
Credo non si riferisse ai comportamenti ma agli stati d'animo e all'approccio.
Molti di noi, con un eccesso di sicurezza, direbbero di non pensarci e che i figli crescono ugualmente a prescindere dagli esempi ricevuti, ma senza andare troppo in alto con i ragionamenti sono certo che riflettendo sulle piccole vicende di tutti i giorni questi dubbi non sono così lontani da noi.
Siamo chiamati all'educare, è vero, con tutte le nostre energie, le competenze e le contraddizioni di cui ogni essere umano è intriso, ma a che prezzo? Dobbiamo nasconderci dietro la maschera per evitare di essere cattivi esempi? 
Permettendomi una piccola riflessione, lasciando a voi il resto delle conclusioni, credo che il nostro equilibrio interiore ed esteriore produca degli effetti sui nostri figli e che il nostro obiettivo sia quello di stare bene prima di tutto con noi stessi (non tanto per i nostri figli quanto per noi). E' fuori di ogni dubbio che come conduciamo la nostra vita influenzi chi abbiamo vicino (non solo i figli), ma ciò non deve a sua volta condizionarci spingendoci ad essere ciò che non siamo e che non saremo mai.
Abbiamo tutti le nostre debolezze, limiti, pregi e difetti. Ed abbiamo il dovere di accoglierci reciprocamente, cercando di affermare il diritto di essere accolti.
Credo sia un errore guardare a noi stessi come un modello (negativo o positivo) e ancor peggio "lavorare" per diventarne uno da fornire ai nostri figli i quali, volenti o nolenti, cresceranno secondo una loro capacità critica nei confronti del mondo che li circonda. Ritengo che il nostro compito sia quello di fornire loro strumenti con i quali possano costruire i modelli che più preferiscono, mostrandoci per quello che siamo, con paure, ansie e quantità di autostima di cui siamo forniti, senza però pretendere che assomiglino o meno a quei modelli che ci siamo costruiti noi nel tempo. Ciò che va bene a noi non va bene per altri.
Educare è più un accompagnare che un costruire. In un gesto naturale. Osservando i nostri figli andare anche nella direzione opposta e può aiutarci a trovare il nostro equilibrio, cambiando il nostro stesso punto di vista.



 
 
   

venerdì 12 giugno 2015

IL QUINTO ELEMENTO

A volte cerchiamo nella natura i segni dei quattro elementi, senza accorgerci che i nostri figli li racchiudono tutti dentro di loro.
Saranno acqua appena nati, costanti nei loro rituali come la marea. Sei ora cresce, sei ore cala. E su di loro la tua vita prenderà il ritmo, si adatterà, stravolgendosi. Dall'acqua prenderanno vita, chiedendo a noi di cullarli come lei ha fatto per mesi. Come acqua scorreranno lungo le nostre mani, prima semplicemente come fonte senza vigore  e poi, scendendo a valle, prendendo sempre più forza, arricchendosi di acqua incontrata nel loro cammino. Saranno acqua primordiale nello stravolgere ciò che incontreranno lungo il loro corso.
Poi saranno aria, così flebile a volte  da non smuovere una tenda o repentina e insolente da strappare ogni vela. Ne indirizzeremo  il soffio, lo quieteremo, oppure saremo pronti a lasciare entrare così tanta aria da non riconoscerli più. Dell'aria avranno i tratti dell'impalpabilità, della boria, della spocchia o della presunzione finché qualcuno non chiuderà le imposte, lasciando di quell'aria soltanto gli effetti di un disordine preannunciato.
Diverranno  fuoco quando sotto i loro piedi il mondo brucerà, alimentando le loro idee giuste o sbagliate e  la ribellione alle regole. Il loro fuoco sarà l'abbandono alle passioni sfrenate, alle amicizie sbagliate o agli amori a distanza. Nel fuoco staranno i loro "no", dopo milioni di quei "perchè?", e le risposte già pronte create da altrettante fiamme che si alimenteranno l'una con l'altra. Come il fuoco sapranno colpire, nell'insieme di fiamme prendendo coscienza della debolezza della singola esistenza.
E alla fine quando avranno bruciato, chi prima o chi poi, ciò cui sono passati attraverso, saranno terra che traccia il solco di binari non retti. Muteranno in terra mescolandosi ad altra, accogliendo l'acqua che giovane arriverà dall'alto o l'aria che dolce soffierà tra le zolle.
Come terra sapranno mescolare gli altri elementi, unendoli in un modo che forse nessuno è mai riuscito ad insegnare loro. Comprendendo come l'equilibrio perfetto è l'insieme di ciascuno di questi elementi. Li sapranno governare, sbagliando continuamente, inventando combinazioni sempre nuove.
E quando, stanchi di sperimentare, torneranno da noi sotto forma di granello portato dal vento o sasso sul greto di un fiume, avranno ancora qualche domanda su quale sia il "quinto elemento".
Allora lì la nostra risposta sarà ascoltata.

Notte.



giovedì 4 giugno 2015

ESISTE UN EQUILIBRATO GIUDIZIO?

La paura è un'emozione che si trasmette, come una sorta di elettricità che aspetta di trovare un materiale che funga da conduttore. Così nel caso dei nostri figli ciò che fa da conduttore siamo noi. Non c'è dubbio.
Provo ad immaginare di trasmettere gioia, entusiasmo o altre sensazioni positive con la stessa immediatezza con cui si trasmettono quelle negative ma l'impresa è davvero complicata, anche perchè, noi grandi, siamo ostili ad ostentare il nostro "ben essere" dimostrando maggior inclinazone per la condivisione di ciò che non va.

giovedì 21 maggio 2015

APRE LA NUOVA SEZIONE IL MANGIALIBRI

Ritengo che, aldilà di tutti i concetti pregnanti circa la genitorialità quali l'affetto, l'autostima, la fiducia e lo sviluppo emotivo nonchè emozionale (aspetti determinanti che richiedono un impegno non indifferente nella "pratica" del genitore chiamato a coltivarli quotidianamente) la fantasia sia il primo regalo che possiamo fare ai nostri figli.....

Oggi ho creato una pagina che ha l'ambizione di aprirci ad un mondo che abbiamo conosciuto molto bene ma dal quale stiamo troppo lontani.....forse per paura o per timidezza....
Cliccate sulla pagina in alto "Il Mangialibri" e riprendiamoci la nostra fantasia....!!!!

giovedì 14 maggio 2015

CONTENTI O CONTENITORI?

La peggior nemica di ogni genitore è l'ansia, e il paradosso più grande sta nel fatto che noi stessi la trasformiamo nella miglior amica. Una compagna inseparabile nel rapporto con i nostri figli. Ma se in alcuni casi questa, si trucca da prudenza e ci aiuta ad evitare loro dei pericoli,  in altri rischia di portarci alla rovina. Ciò accade ogni volta che predomina la cosiddetta  ansia da prestazione e ci spinge a trattare i nostri bimbi come si fa con uno scatolone vuoto durante un trasloco o una valigia prima delle vacanze: riempiamo fin quando ce n'è. Il campionario è vario ed ogni volta che mi confronto scopro nuovi modi di riempire i nostri "figli contenitori". Ma da dove partiamo nel fare le nostre scelte?
Forse dalle nostre mancanze: non semplicemente come ciò che non abbiamo fatto o in cui non siamo riusciti, bensì come l'insieme di opportunità non ricevute. Come se ci dimenticassimo della nostra capacità in passato di essere andati in cerca delle nostre possibilità.
Pare dunque che il genitore perfetto ed in grado di evitare ogni senso di colpa sia quello che organizza la settimana cercando ambiti in cui sviluppare tutto lo sviluppabile dei propri figli. Lo sport e l'arte sono i settori dove la competizione tra genitori è più agguerrita, ma anche l'inglese non scherza. 
Ma ci chiediamo per chi lo facciamo? Ci fermiamo a pensare cosa desiderano fare i nostri figli o, nei migliori dei casi, ascoltiamo ciò che ci comunicano? O siamo impegnati a soddisfare le nostre aspettative?
Credo che questa lotta con gli altri non sia altro che una battaglia contro noi stessi e l'ansia da prestazione che mina il nostro ego. Come se fossimo chiamati a faticare per poi mostrare ciascuno i propri figli come piccoli trofei. Questo diabolico meccanismo mentale ci accompagna non solo nella scelta ma anche nell'intensità di ciò che proponiamo ai nostri piccoli; perché non appare per nulla semplice trovarsi di fronte a qualche forma di talento o forte attitudine a certe discipline. Ed in quel caso cosa si fa? Si spinge per coltivare il talento o si lascia che siano gli eventi a guidare chi ha bisogno del nostro sostegno? Qualora scegliessimo la strada del "provarci a tutti i costi", lo faremmo accompagnati dal nostro ego a cui sono mancati opportunità e successi o dall'amore verso i nostri figli, la cui felicità è il bene che inseguiamo fin dal primo giorno?
Credo che, ad ogni modo,  questa sia l'unica guerra che siamo chiamati a combattere e da cui non possiamo esimerci: quella contro la nostra incapacità di ascoltare i desideri dei nostri figli.
Ed il confronto tra genitori è uno strumento per non perdere mai di vista le priorità che la vita ci pone.

 
“Io non sono in questo mondo per vivere secondo le aspettative degli altri, e nemmeno credo che il mondo debba vivere secondo le mie.” 
FRIEDRICH SALOMON PERLS

giovedì 7 maggio 2015

PAROLE DI PANCIA (lettera di un bimbo in arrivo)

Ti chiami Mamma, lo so, mentre conosco appena il mio nome; credo di avertelo sentito sussurrare durante le notti passate insieme svegli, quando quella pizza che ci piace tanto non ci fa dormire. Ascolto ogni tua parola, ho imparato a cogliere le preoccupazioni e le paure che fanno vibrare la tua grande pancia piena d'acqua.
Nella penombra sto bene, al sicuro, cullato dai pensieri, dalle speranze e dalle domande che ti fai sovrappensiero, così dense di sogni e desideri da volerli esaudire tutti e vederti felice. Come quando ascolti e canticchi quella musica dolce o quando sulla pancia le tue mani si intrecciano con quelle di papá e allora allungo le mie fino a fare un girotondo perfetto.
Conosco i tuoi malesseri di mattina, le tue lacrime dal gusto di sale, i tuoi singhiozzi e quei silenzi così affascinanti dove sento il tuo cuore battere con il mio facendomi addormentare. Così in quei momenti in cui ti senti sola vorrei nuotare attraverso il grande mare che mi circonda e penso che tra poco come un grosso pesce prenderai fiato, soffiando forte un vento che mi condurrà fino a te regalandomi quello che ancora non conosco: il tuo profumo, l'odore della tua pelle.
Non spaventarti sai, andrà tutto bene.
E non ti arrabbiare quando non comprenderai le mie lacrime: saranno simili alle tue che molti non hanno compreso in questi nove mesi. Le ho sentite cadere una ad una come una pioggia fitta e sottile. Per questo, Mamma, mi piace pensare ad un linguaggio tutto nostro e segreto, in grado di creare un mondo di cui io e te abbiamo la chiave. Sarà bellissimo aprire quella porta insieme, stringendo quelle mani di cui fino ad ora conosco solo i contorni. Per me è tutto sfuocato come le figure che vedo grazie alla luce che entra. E so che lo è anche per te. Ogni cosa difficile da prevedere, forse impossibile da controllare.
Ma le le volte che vibreremo insieme sarà come ricordare questi stupendi nove mesi durante i quali non sono servite parole e nessuno ci ha insegnato nulla. Nasco io tra un po' così come nascerai tu, nuova, bella ed immensa.
Solo un filo, un filo rosso che dalla mia pancia arriva fino alla tua. Non servirà tagliarlo di netto ma semplicemente immaginare di allungarlo così tanto da poter fare, legati insieme, il giro del mondo.
Auguri Mamma

Grande è l'oceano ma la balena
Naviga piano nella luna piena
Rossa di bocca, nera di notte
Gialla di luce, bianca di latte
Grande ragazza di tutti i colori
Bella la mamma vista da fuori

Bruno Tognolini, Mammalingua, Ed. Il Castoro srl

lunedì 27 aprile 2015

LA FINESTRA SUL CORTILE DAVANTI

Incontrando vecchi amici e compagni di scuola, entrati anche loro a piedi pari nel modo dei genitori,  mi accorgo con un po' di agrodolce in bocca che nel breve incontro di qualche minuto  regna l'amarcord. Lo ammetto, ho sempre amato ed amo ancora ricordare la goliardia di imprese studentesche, ma oggi da genitore preferisco affacciarmi alla finestra che dà sul cortile davanti e non su retro. Di non pensare a come  siamo diventati ma chiedendomi  come saremo. Quante  volte vi capita di sentire o pensare alla frase: ti ricordi come eravamo? O di partecipare virtualmente a gruppi che ripercorrono il passato? Affascinanti, ironici e malinconicamente divertenti.
Ma perché non ci guardiamo mai proiettandoci in avanti nel tempo, anche se oggi siamo diventati coscienziosamente mamme e papà? Eppure lo facevamo spesso, seduti sui gradini della scuola o sulle panchine del parco al pomeriggio, ritagliando e dipingendo pezzi di futuro da indossare a nostro piacimento. Mi chiedo: i nostri figli come ci preferiscono? Come libri racconta storie che tramandano profumi e sapori a volte fuori tempo o come astronavi ben governate in grado di portarli a spasso nell'universo? Io preferisco la seconda. Oggi come mai nella nostra vita riversiamo tutto il nostro futuro su questi splendidi marmocchi e ci veliamo a volte il volto di malinconia, cercando tempi e modi che non ci appartengono e non cogliendo invece il fascino che siamo in grado di avere ricoprendo un ruolo così importante e denso di significato. 
Chi ha fatto carriera con incoscienza, seguendo l'istinto dell'avventuroso, chi invece si è guardato il mondo prima di creare una nuova vita; chi non si sentiva pronto abbastanza e chi anche oggi ascoltandosi bene non si sente pronto affatto. Chi sa da sempre come si fa il genitore e già giovane dispensa buoni consigli; chi non ne azzecca una e chi non ascolta nessuno. Chi non ne vuole sapere e continua ingenuamente a fare l'eterno adolescente, oppure chi stravolge la sua vita a tal punto di non riconoscersi più nemmeno allo specchio.. 
Credo che tutto questo non voglia dire invecchiare o aver esaurito il proprio tempo, o al contrario sperare che questo non passi, bensì averne di nuovo, forse così tanto da poter riempire pagine e pagine in modi assolutamente nuovi. Come se ci avessero regalato un album da colorare e ciascuno scegliesse i colori che preferisce. Dal pastello alla vernice.
Qualunque sia il nostro modo di essere genitore, avere preso coscienza o meno che saremo per sempre in questa affascinante condizione, dove l'apprensione si mescola all'orgoglio e l'amore ad un sano "come ti ho fatto ti disfo", una cosa è certa. Sicuramente siamo quello saremo, non quello che siamo stati; senza finestre sul cortile dietro ma solo sguardi in avanti.  Perché i nostri piccoli ci chiedono di seguirli in avanti, permettendo loro di scattarsi fotografie buone per gli amarcord di domani. Per i nostri c'è tempo. Quando davvero non avremo nulla da dire. Credo tardi....molto tardi. Forse mai. 

...Nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani
si muoverà e potrà volare
nuoterà su una stella
come sei bella
e se è una femmina si chiamerà futura.

Futura, Lucio Dalla

mercoledì 22 aprile 2015

MASCHI E CUCINA, FEMMINE E LOTTA

Una delle esperienze più entusiasmanti e impegnative è quella di trovarsi di fronte gli "eventi storici" con i  nostri figli o cercare di fare chiarezza sui comportamenti degli adulti che, notoriamente, si riempiono la bocca di buoni propositi per poi non rispettarli mai. La domanda è: siamo in grado di raccontare loro la storia senza falsi moralismi o retropensieri?
Il dubbio sembra comico (direte voi) davanti a bambini piccoli che hanno "bisogno di verità impacchettate e pronte"; diventa profondo invece quando si pensa all'educazione come libertà da ogni pregiudizio ed opinione precostituita. Conoscere ciò che accade attorno a noi fa parte dell'educazione cui siamo chiamati.
L'anniversario della Liberazione il 25 aprile, aldilà del fatto storico in sè attorno al quale c'è poco da speculare o da rivedere letture e/o ulteriori interpretazioni, è un'occasione per guardarci dentro ed osservare, con un pizzico di autoironia, come spieghiamo la realtà ai nostri figli.
Se qualcuno guardasse dall'alto ci vedrebbe impegnati per prima cosa nel dividere il mondo in due grandi categorie, come si faceva a scuola durante il gioco del silenzio, buoni da una parte e cattivi dall'altra. Ma è davvero questo che vogliamo insegnare ai nostri figli? Dare già un giudizio a prima vista nei confronti di tutti, seguendo schemi che potrebbero cambiare nel tempo? Quanto a fondo va il concetto di buono o di cattivo?
Forse dovremmo dire che il mondo si divide tra chi è libero e chi non lo è, perchè qualcuno su di lui tiranneggia o perchè è egli stesso schiavo di sè e delle sue idee.
Pretendere che crescano catalogando il mondo attorno a loro secondo ciò che ci appare buono o cattivo è la prima forma di schiavitù. Insegnare che la vera forma di libertà personale passa per la libertà altrui è un gesto lungimirante. In un'epoca passata si diceva che libertà è partecipazione, obbligando per certi versi a schierarsi, a "stare o di qua o di là". In un momento come oggi, per i nostri figli e il loro futuro "libertà è accoglienza". Come accettazione reciproca di ciascuno di noi, del pensiero che ognuno esprime e della cultura cui appartiene.
Non serve pensare a grandi concetti quali integrazione razziale, credo religioso, o provenienza: ai bimbi basterebbe esaltare la diversità. Celebrando la "liberazione da tutti i pregiudizi e i limiti", pensando alle semplici caratteristiche che ci contraddistinguono e non corrispondono ai "modelli imposti".
Ai taciturni, dunque, agli introversi, ai solitari, ai pigri,  ai non tecnologici, a chi non guarda la tv, a chi esce dagli schemi. Ai maschi che giocano con le cucine e alle femmine che fanno la lotta.
Tra le altre cose, spieghiamo loro che il 25 aprile festeggiamo la liberazione da noi stessi: gli unici grandi nostri nemici.

C'è un libro che parla di razzismo, un concetto che va oltre il colore della pelle:

"La persona razzista non prova il bisogno di giustificare le sue opinioni e i suoi giudizi. Ha delle certezze, si costruisce delle evidenze indiscutibili, delle verità non contestabili.”                                 

Tahar ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Ed. Bompiani  


giovedì 16 aprile 2015

FANTASIA: STRUMENTO DAI MILLE SUONI

Che ci crediamo o meno, la fantasia non è solo un'invenzione degli adulti per far credere ai bambini che tutto sia possibile. Così come non è solo un gioco in cui dar prova di abilità nell'inventare immagini e personaggi impossibili.
Dicono che sia uno strumento, come molti per tante professioni; che venga usata per svolgere un lavoro complicato ma entusiasmante: fare il bambino.

martedì 14 aprile 2015

L'EROE IMPERFETTO

In un libro addetto ai lavori ho letto un'osservazione nota ma non scontata: avete mai notato che gli eroi dei fumetti, i c.d. supereroi, non hanno figli? E che gli eroi meno impegnati in acrobazie fantascientifiche come Paperino e Topolino hanno al massimo dei nipoti?
Dilan Dog, Superman, Spiderman, Robin Hood, Catwoman sono single incalliti.
Il pensiero che balza agli occhi è che avere figli probabilmente non sia da eroe o ancor peggio che essi limitino la nostra esistenza, qualunque essa sia. Ma è davvero così?
Ci si potrebbe dare una risposta molto più semplice, sostenendo che tendenzialmente colui che va a caccia di fantasmi, si butta giù dai palazzi o ruba ai ricchi per dare ai poveri, non appare un modello da seguire. Difficile dare il bacio della buona notte e poi svaligiare una banca.
Altra risposta (per qualcuno logica ed immediata) è che essere genitore sia noioso oppure poco entusiasmante. Costruite un aquilone, fatelo volare e vi ricrederete sul concetto di noia.
Se allora chi ha figli ispira poche favole, eccezione fatta per gli incredibili, la definizione adeguata quindi per un genitore qual'è: eroe o modello?
Dov'è la fine dell'uno e l'inizio dell'altro? Quando colui che ci descrivono come un eroe diventa un modello da seguire? e in tutto questo noi genitori che vestito indossiamo?
Probabilmente nessuno si sente un eroe, pochi si sentono un modello da seguire, qualcuno ritiene di poter dare dei buoni consigli. Ma come scriveva De Andrè, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio, come a dire che in fin dei conti l'eroe imperfetto è ciò che più preferiamo. Basti pensare a Paperino rispetto a Topolino.
Così penso alle mie figlie che nei momenti in cui si aprono ai dubbi non mi hanno mai chiesto di fare per loro qualcosa di eroico, di strabiliante o di impossibile. Si accontentano forse? O la nostra certezza di poter sbagliare ci rende ai loro occhi più reali e quindi imitabili?
Mi sono accorto poi che quando estraiamo dal cappello qualcosa di insolito, come il richiamo alla magia o frasi strampalate, i nostri figli ci richiamano come degli adulti a tornare con i piedi per terra. Allora mi chiedo cosa cerchino in quel modello che desiderano imitare tanto nei loro gesti quotidiani: lo sbadiglio, il mangiare, il camminare. E se quella imitazione sia legata anche alle emozioni o ai sentimenti. Mireranno ad avere gioia come noi, ed arrabbiarsi come noi? Imiteranno il modo in cui li accarezziamo o in cui ci confessiamo incosciamente svelando a loro il nostro modo di amare?
Credo all'idea del genitore "eroe imperfetto", che trasmette ai propri figli il fatto di non avvertire alcun limite assieme a loro. Di amare il tempo da dedicarsi reciprocamente, non in quantità ma in qualità. 
Che trasmetta a loro il piacere di avere qualcuno di cui prendersi cura, adulto o bambino che sia. Che sappia evidenziare i propri errori, andando oltre i giudizi su quelli degli altri. Mi piace pensare ad ogni genitore come l'eroe da cui apprendere anche comportamenti negativi, cosìcchè ogni figlio comprenda come i difetti di ognuno siano semplicemente la sfumatura in grigio dei pregi di qualcun altro.

Le contraddizioni in fondo danno vita alle discussioni, non ai giudizi.










martedì 7 aprile 2015

L'INSOSTENIBILE CERTEZZA DEL DUBBIO

Capita a volte  che qualche bicchiere di vino buono ci  stimoli ad inerpicarci, pur da non teorici, in argomenti sui nostri figli. Non accade sempre, ma quando  succede soprattutto durante le chiacchierate "fiume" a tavola con amici, se ne percepisce facilmente l'alchimia e la complicità pur nel disaccordo generale. Infatti la prima vera protagonista della discussione è la verità assoluta che ciascuno di noi nasconde in tasca, pronto ad utilizzarla al momento opportuno, quando agli inizi i punti di vista si trovano ai lati opposti del mondo.
Gli argomenti non hanno un ordine prestabilito, si va a braccio: dal modo in cui i nostri piccoli affrontano il gioco, alle scelte che siamo a pronti o meno a fare per loro, contro tutti e tutto. 
Durante momenti di questo tipo la prima grande presa di coscienza  è quella che per quanto ci sforziamo in senso contrario i nostri figli sostituiscono le affascinanti discussioni sul nulla che fino a poco tempo fa amavamo affrontare per notti intere, un po' sullo stile di quella "canzone disonesta"di Stefano Rosso. Ciò non vuol dire dismettere i panni dell'eterno Peter Pan, ma la presenza di un'altro nostro simile, il genitore, ci spinge ad essere più profondi e riflessivi. Se poi è un amico l'apertura al dubbio è totale. 
Il filo conduttore di queste parole, buttate li tra menù improvvisati e autentici,  è sicuramente l'insostenibile certezza del dubbio stesso. Si siede a tavola assieme ai nostri sicuri "si fa così" o mescolandosi alle ricette perfette sull'educazione   che i nostri genitori candidamente ci tengono a tramandarci. Mentre meno te lo aspetti, si insinua tra le convinzioni di ciascuno,  i quesiti retorici, e gli esempi che fanno scuola, ma come un siero anitetà lentamente distende le espressioni del viso, rendendo tutto più relativo, meno rigido, abbattendo schemi mentali e pregiudizi. Con sagacia e malizia  del giocatore navigato diventa un compagno di ogni ragionamento, balzando ai nostri occhi come insostenibile, perché in pochi lo sopportano, desiderando invece vederlo sparire. Lui invece di soppiatto si divora le certezze in un boccone, finendo per sedersi come un ingombrante centrotavola natalizio. Il suo fascino sta proprio lì: offrirci innumerevoli risposte alle domande che ci poniamo. Dormire o no nel lettone? Quale scuola per i nostri figli, quali amicizie, quanto sport, musica o lingue? 
Dovremmo batterci, allora, perché in casa nostra ci sia sempre il dubbio, anche se così insostenibile e certo. Sará in  grado di smussare i nostri angoli, permettendoci di osservare il tutto da un'altra angolazione e forse ci farà crescere più liberi. Liberi di saper ascoltare le idee dei nostri figli, senza interrogarli come quei vecchi professori che si aspettano una risposta precisa ed interrompono lo studente con impertinenti no. 

C'è un'enorme differenza tra stare a sentire ed ascoltare. Fare propri i dubbi degli altri ci rende ogni giorno meno vecchi.

venerdì 3 aprile 2015

LA FOLLE REALTÀ DELLE FAVOLE

Il legame che abbiamo con le favole è profondo e probabilmente anche eterno. La magia dell'illusione che pervade i nostri sensi ci accompagna da sempre e, come diceva Oscar Wilde, l'illusione è il primo di tutti i piaceri
Se quindi questa compagna di viaggio è tanto innocente quanto fondamentale mi chiedo perché quotidianamente ce ne priviamo, uccidendola lentamente sotto i colpi di un realismo che meriterebbe più interruzioni di un programma sulle reti Mediaset. 
Ma soprattutto mi chiedo perché priviamo i nostri figli dell'arte del fantasticare e nelle ipotesi peggiori non la insegniamo neppure, catapultandoli in anticipo nell'essere adulti per forza. 
C'è un momento magico per quest'arte. La favola della buona notte.
Mi accorgo quanto quello spazio di pochi minuti sia per le mie figlie di vitale importanza.
Attraverso la voce rassicurante di mamma e papà, in nostri figli giocano con le immagini, inventano trame e finali sorprendenti e, nel loro animo, distinguono il bene dal male.
Nessuno può sostituire la nostra capacità di raccontare, nè la tv, nè il vecchio "racconta storie" con il campanello che segnava di voltare pagina; perchè anche se non siamo dei grandi lettori, la nostra presenza è come quella di un capotreno che controlla il loro viaggio verso le braccia di Morfeo. Mi piace pensare che non abbia alcuna importanza la fiaba raccontata, se vi sia come protagonista un eroe principesco o un personaggio inventato; amo fantasticare nello sguardo di chi ascolta e a sua volta crea un mondo immaginario, mentre gli occhi involontariamente si chiudono.
In quel momento ci rendiamo conto quanto siano ancora fragili ed incuranti del mondo, privi di alcuna paura, abbandonati ai loro "facciamo che" o alle trasformazioni più impensabili. Lo possiamo vedere nella penombra del loro sonno; sbirciando tra il cuscino e il lenzuolo, dove fa capolino quella smorfia di soddisfazione mista a serenità per l'avventura appena conclusa.
Prima che si addormentino dunque abbiamo un'occasione, anzi due.
Quella di tramandare la conoscenza di un talento innato: il saper inventare. Perchè i nostri figli ce l'hanno fin dalla nascita, ma trattandoli da adulti se ne dimenticano in fretta e trascinano nel nulla tutto ciò che ci permette di vedere la realtà con occhi diversi. 
La seconda è conservare quel talento innato trasformandolo e a volte apprendendolo nuovamente. Un'opportunità di recuperare noi stessi in quei magnifici istanti, dove tutto è concesso. Basta voltare pagina ed immaginare una nuova realtà. Non importa che sia entusiasmante, faccia paura o provochi un pizzico di dolore: in un attimo tutto passa e si trasforma in sorriso, quando i loro occhi incrociano i nostri tra le "pagine e chiare e la pagine scure"

martedì 31 marzo 2015

UN GESTO NATURALE. CORRERE CON PAPA'

Ho visto un gesto. Anzi, a dire il vero, ne ho visti più di cento domenica. Lo stesso gesto, naturale come il respiro, ripetersi più volte e trasmettersi come la musica ad alto volume su spazi aperti.
Una sorta di carezza, un'insieme di complicità e fiducia. Un gesto semplice. Tenersi per mano.
Ogni papà, senza dubbio, ha sentito scorrere quell'elettricità, risultato di un'emozione insolita, quando domenica pomeriggio, durante la corsa ha tenuto per mano il proprio figlio, anche se per pochi metri, vedendolo poi sfrecciare come il vento.
Così senza guardare la corsa, mi sono soffermato sull'intensità di quella stretta, di quella presa che mia figlia, come gli altri, ha cercato, voluto e proseguito fino al traguardo.
Può dunque un gesto così elementare nascondere tanti significati al punto da poter trascorrere minuti senza dirsi nulla e contemporaneamente comprendere ogni cosa?
Se avete stretto la mano dei vostri figli sono certo che avete percepito il senso di possesso. Non il vostro, ma il loro. Avete compreso che da lì non ci si tira indietro, non si fermano le emozioni, come durante una finale del vostro sport preferito. Siete stati prigionieri dell'amore che i vostri figli hanno per voi
Poi, dopo il possesso è arrivata la vibrazione della richiesta d'aiuto, dell'affidarsi a voi, in quell'avventura (una corsa) tanto innocua quanto per loro eccitante. Ed avete assaporato l'emozione di essere un riferimento, o forse un'àncora nella navigazione.
Non un porto, non pretendete troppo. Per essere porto che accoglie si dev'essere madri, con la consapovolezza e la certezza dell'approdo che noi padri non abbiamo. Ma per un po' siamo stati bussola nel percorso, sostegno nel fiatone (anche il nostro)
Agli ultimi metri poi, avete realizzato la complicità, mescolata alla gioia di dare gioia. E ancora siete riusciti, spensierati, a guardare il mondo dal metro di altezza, con le emozioni di chi vede tutto enorme, amplificato ed irripetibile.
Quella medaglia riflessa negli occhi di chi non si è nemmeno chiesto che posizione avesse in classifica. Quell'abbraccio che ora è riprodotto in centinaia di foto, dove non c'è la stetta di mano che vi chiede "stai con me papà", ma in cui le braccia vi cingono il collo come a premiarvi per il pomeriggio trascorso.
A ciascuno la propria medaglia. 

venerdì 27 marzo 2015

IL SENSO DI LIBERTA'

Ci chiediamo cosa vogliamo davvero per i nostri figli?
Abbiamo mai immaginato quale potrebbe essere il regalo che faccia brillare i loro occhi come piace a noi? 
Senza alcun dubbio, ciò che ci fa vibrare davvero sono le espressioni che i nostri figli riescono a creare e dovremmo non perdere mai l'occasione di osservare le loro reazioni immediate che ci permettono di riprendere il contatto con la realtà. 
Si dice che gli anni ti maturano, ti formano ma ciò non significa perdere la memoria e dimenticare le sensazioni che abbiamo provato durante la doverosa maturazione. 
Anni fa, mi ricordo, una mia amica scrisse a suo figlio una cosa che suonava più o meno così: "Grazie perchè con te sono tornata a stupirmi del nulla". Questo credo sia il punto di partenza di ognuno di noi per poter iniziare a camminare assieme a queste splendide creature: lo stupore per la straordinaria normalità delle cose che ci stanno attorno,, ogni giorno. Nei piccoli gesti; come mettere insieme tre parole creando frasi compiute o pensieri che rivelano il desiderio di far bottino della realtà.

martedì 24 marzo 2015

Si nasce per imitazione, probabilmente quando i tuoi futuri genitori, scorrendo le pagine di una rivista, osservando qualche coppia passeggiare al parco o seduta al tavolo di un bar, hanno casualmente puntato l'attenzione sulla pancia di lei in leggero aumento o sul bimbo che dolcemente il papà teneva tra le braccia. Dunque, non c'è dubbio: l'imitazione nasce da lì.
E si cresce per imitazione, giorno dopo giorno, attimo su attimo. Scrutando ogni impercettibile movimento e sensazione di coloro che ci hanno dato la vita e, perchè no, di tutti quelli che affettuosamente ci passano affianco. I loro respiri, il modo di parlare, i gesti: tutto per noi quando cresciamo è fonte d'imitazione.
Si viene allevati ed educati per imitazione, perchè su certi ambiti si è sempre fatto così ed il mondo ha navigato per tutti i mari secondo delle regole non scritte che, in fin dei conti, sbagliate o giuste che fossero, lo hanno portato fino a qui.
I bambini imitano, gli adolescenti "scopiazzano", gli adulti "scimmiottano".